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IL MANAGER DI TRANSIZIONE:

non è un consulente, non è un dirigente.

È ciò che serve, adesso.

 

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IL MANAGER DI TRANSIZIONE:

non è un consulente, non è un dirigente. È ciò che serve, adesso.

 

Maria Grazia Dellacasa – coach per il lavoro

7 AGO 2025

Il Manager di Transizione: non è un consulente, non è un dirigente.

È ciò che serve, adesso.

Le imprese oggi si trovano ad affrontare sfide sempre più complesse: trasformazioni digitali, passaggi generazionali, riorganizzazioni o crisi improvvise. In questo scenario, la differenza la fa avere la persona giusta al momento giusto.

Il Manager di Transizione è proprio questo: una risorsa chiave, chiamata a guidare un’azienda in un momento delicato. Un professionista esperto, con una missione chiara, tempi definiti e obiettivi concreti: portare risultati misurabili, attivare soluzioni operative e accompagnare le persone nel cambiamento.

Per approfondire questa figura strategica, ho fatto una chiacchierata con l’ingegner Giorgio Magnaghi, oggi Partner di Axcel Partners Italy, con cui ho avuto il piacere di collaborare in una sua “vita lavorativa precedente”.

Ciao Giorgio, ti ho conosciuto come dirigente nell’impresa di famiglia e ti ritrovo oggi come partner in una società di management di transizione. Oggi costruisci progetti su misura per le aziende, progettando interventi ad hoc e coordinando i manager di transizione che li realizzeranno.
Cosa ti ha portato a fare questo salto, passando da chi guida un’azienda a chi progetta il cambiamento per molte? E come questo ha trasformato la tua identità professionale?

Oggi, come partner, non sono più il “manager che guida l’impresa”, ma la persona che costruisce interventi su misura per le aziende, per risolvere problemi di business, identificando i bisogni reali e fornendo manager di transizione capaci di portare risultati concreti.
Ho smesso di identificarmi con un’unica azienda o funzione e ho iniziato a ragionare per impatto. Non si tratta più di “cosa faccio io”, ma di come metto i manager con le giuste competenze al posto giusto, nel momento giusto.

Questo cambio di rotta ha trasformato la mia identità professionale.
Prima ero definito dal ruolo che ricoprivo e dall’azienda che rappresentavo. Oggi sono definito dal risultato che riesco a generare, spesso in situazioni complesse e urgenti, sempre diverse.
Questa varietà di situazioni mi dà grande energia, entusiasmo e crescita.

Questa trasformazione della tua identità professionale ti ha permesso di osservare da vicino molte realtà aziendali diverse.
A quali aziende, o in quali momenti specifici, consiglieresti oggi di puntare sull’inserimento di un manager di transizione, invece che su una figura manageriale stabile? E quali vantaggi può portare questa scelta?

Oggi suggerirei di considerare l’inserimento di un manager di transizione alle aziende, anche multinazionali, che stanno attraversando fasi di discontinuità o trasformazione: una riorganizzazione interna, una crescita rapida, una fusione, una crisi improvvisa o un passaggio generazionale. In questi contesti è fondamentale avere una figura capace di “entrare in corsa”, prendere decisioni immediate e accompagnare il cambiamento, senza i tempi lunghi tipici di una figura stabile.

I vantaggi sono diversi e concreti. Innanzitutto, la rapidità di esecuzione: il manager è operativo da subito, senza lunghi processi di selezione o inserimento, e interviene in modo diretto su progetti e situazioni critiche. Porta inoltre competenze consolidate, maturate in contesti complessi, che mette subito a disposizione dell’azienda.

Un altro elemento distintivo è la prospettiva esterna e neutrale: non essendo coinvolto nelle dinamiche interne, mantiene uno sguardo lucido e oggettivo, utile per decisioni strategiche o inversioni di rotta. Il suo approccio è orientato ai risultati: il mandato è chiaro, misurabile, e l’intervento finalizzato a ottenere impatti concreti sull’organizzazione.

C’è poi una grande flessibilità operativa. L’azienda può calibrare durata e modalità dell’incarico in base alle proprie esigenze, evitando i vincoli tipici delle assunzioni permanenti. Anche sul piano economico, nel medio-lungo periodo, questa scelta può risultare più sostenibile, evitando costi fissi e inefficienze.

Infine, un manager di transizione porta con sé visione e capacità decisionale immediata, rafforzando l’adattabilità e la resilienza dell’organizzazione. È una figura chiave soprattutto quando serve passare da un punto critico a una nuova fase di stabilità.

Conclusa la transizione, Il Manager lascia l’azienda riorganizzata per il futuro, anche dopo aver preparato la squadra interna che gestirà la nuova fase.

Se dovessi raccontare chi è davvero un Manager di Transizione — non con una definizione da manuale, ma descrivendone il modo di pensare, di agire e l’impronta che lascia — come lo racconteresti?

È una figura che ti porta da qui a là: da un momento critico a una fase di stabilità, da un problema a una soluzione concreta.
È focalizzato sul risultato e resta fuori dalle logiche di potere, dalle dinamiche interne e dalle alleanze aziendali. Questo gli consente una lucidità operativa difficile da ottenere per chi è “dentro al sistema”.

Quali sono, secondo te, le qualità che accomunano i manager capaci di affrontare con successo un incarico di transizione? E cosa può imparare da loro un dirigente che oggi si trova davanti a un cambiamento importante?

Le qualità chiave sono: chiarezza decisionale, capacità di adattamento, autorevolezza senza arroganza, ascolto attivo e visione sistemica.
Un manager di transizione non ha il tempo di “ambientarsi”: deve generare fiducia subito, capire dove mettere le mani e, soprattutto, farlo insieme alle persone che già lavorano in quell’azienda.

A chi consiglieresti oggi di prendere in considerazione una carriera nel Management di Transizione?

La consiglierei a chi ha un bagaglio di esperienza solido, ama la varietà, sa muoversi nell’incertezza e vuole mettersi al servizio dei risultati, più che del titolo.

Ma attenzione: non è per tutti. Bisogna essere consapevoli che ogni incarico ha una scadenza e che bisogna imparare a entrare e uscire senza attaccamenti. È un mestiere dove contano i fatti, non la visibilità. Serve equilibrio, ego sotto controllo e voglia di ricominciare da zero… ogni volta.

Due sono i profili principali che possono misurarsi con questo ruolo:

      • dirigenti senior che vogliono più libertà, meno politica interna, e che cercano progetti che li coinvolgano sul piano tecnico e strategico, senza le zavorre del “ruolo permanente”;
      • manager più giovani, ma già esperti, che escono da un’azienda e vogliono conoscere nuove realtà, mettersi in gioco per periodi definiti. Alcuni, dopo un incarico di transizione, scelgono di restare in quell’azienda. Altri scoprono che preferiscono continuare a cambiare.

Se un dirigente ci stesse leggendo e vivendo un momento di incertezza… cosa gli diresti?

Gli direi di non restare fermo a cercare risposte perfette. Di muoversi, ascoltarsi, confrontarsi.
Guardarsi dentro, fare ordine, e magari aprirsi a strade non lineari — come ho fatto io — può essere l’inizio di una nuova fase, non la fine di quella precedente.

Oggi, da Partner che coordina manager di transizione, cosa cerchi in chi si candida a svolgere questo ruolo? E cosa ti fa dire “questa persona è adatta”?

Cerco persone solide, che abbiano già affrontato contesti complessi e non cerchino “un altro lavoro”, ma una modalità diversa di lavorare.
Chi ha bisogno di visibilità, riconoscimenti formali o di “appartenenza”, in genere fatica.
Chi invece ha uno spirito imprenditoriale, capacità di adattamento e un ego sano, cioè contenuto, può fare la differenza.

In fondo, l’inserimento di un manager di transizione è molto più di una soluzione temporanea. È una scelta strategica per le aziende che vogliono affrontare i cambiamenti con lucidità, competenza e velocità.
Ma non è solo un’opportunità per le imprese.

Sempre più spesso, è anche un modo per i manager senior di rimettersi in gioco in modo nuovo, valorizzando il proprio bagaglio professionale con maggiore autonomia e flessibilità, in progetti che abbiano senso e impatto.

Aziende e professionisti partono da esigenze diverse, ma finiscono per incontrarsi lungo un percorso comune: quello della trasformazione.
E quando questo incontro è ben guidato, il risultato può andare oltre il raggiungimento di un obiettivo a breve termine. Può generare evoluzione, da entrambe le parti.

Alla fine dei miei colloqui di career coaching chiedo sempre: una tua parola per chiudere?

Libertà.
Di scegliere progetti, non ruoli.
Di creare impatto, senza dover appartenere.
Di iniziare ogni volta, consapevolmente.

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